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Di sipadan (del 07/12/2009 @ 16:09:28, in SPINNING, linkato 1983 volte)
 
SPINNING ALLA TROTA IN AMBIENTE APPENNINICO
Articolo di Mauro Maccagnani (sipadan)
 
Nell’articolo verranno presi in considerazione i tipici ambienti torrentizi appenninici, partendo dalle sorgenti o quasi fino al punto in cui i corsi riescono a diventare piccoli fiumi: si tratta perciò di torrenti larghi da 50 centimetri a poche decine di metri. I torrenti appenninici sono in genere caratterizzati da una portata d’acqua molto variabile, abbondante in primavera, scarsa in estate in funzione delle precipitazioni e spesso molto scarsa in autunno se non piove con regolarità. Salvo casi eccezionali tuttavia si mantiene sempre un minimo deflusso idrico che consente nella maggior parte dei torrenti di pescare tutto l’anno, con ovvi adattamenti alle variabili situazioni riscontrate in ciascuna stagione.
La popolazione delle trote
La popolazione delle trote presenti risulta per solito alquanto eterogenea: si va da pesci di fenotipo atlantico di recente immissione (livrea caratterizzata da macchie diradate relativamente grandi a disposizione quasi geometrica e pinne poco rappresentate) ad altre simili ma nate sul posto (livrea come le precedenti ma con buon sviluppo delle pinne e profilo allungato), per arrivare fino a trote molto rustiche di ceppo mediterraneo quasi puro a una analisi visiva (molte piccole macchie irregolari nere e rosse con profilo idrodinamico e pinne ben dimensionate). Esistono anche alcune popolazione di iridee che si riescono a riprodursi in ambienti limitati e particolari. In tanta eterogeneità sarebbe molto interessante svolgere analisi genetiche per chiarire la genetica dei ceppi presenti, mirando al recupero di quelli autoctoni, in genere al momento confinati in aree molto isolate perché lontane da strade, impervie o molto infrascate e cioè ambienti non toccati dall’uomo da tanti anni oppure legate a recenti ripopolamenti, più o meno mirati, con materiale di alta qualità genetica.
La pesca e la nostra sicurezza
Il primo necessario aspetto di cui tener conto da parte di quanti siano intenzionati ad affrontare un torrente di montagna consiste nel pianificare con cura la propria sicurezza. “Fare” un piccolo torrente da soli consente di pescare in ogni buca in tranquillità e personalmente nei pochi torrenti “facili” dove esiste un sentiero tracciato e magari riceve il cellulare non ho difficoltà a farlo (lasciando sempre detto dove sono!). Invece sui torrenti impervi è raccomandabile pescare sempre in coppia, avendo nel caso a disposizione oltre al telefono cellulare (che di solito non riceve) anche una buona coppia di ricetrasmittenti. Le possibilità di pesca si dimezzano, costringendo in genere a esplorare una buca a testa, ma ci si fa compagnia e si accresce di molto la sicurezza. Occorre ancora tenere conto che le ricetrasmittenti in ambienti boscosi e in presenza di curve del fiume captano poche centinaia di metri per cui sarebbe opportuno darsi anche dei punti di incontro a orari concordati, anche solo per riposarsi. Qualora non si conosca bene il torrente è meglio non distanziarsi troppo dal compagno, solo conoscendo bene il corso entrambi è possibile superarsi per circa un chilometro, sempre fissando a priori tempi e luoghi di ritrovo. In base alla preparazione fisica e alla propria inclinazione affronteremo torrenti sempre più difficili fino a capire la tipologia adatta alle nostre caratteristiche. In casi estremi e solo per veri esperti 10-20 metri di corda e un paio di moschettoni sicuri e testati possono risultare molto utili ad affrontare passaggi difficili. Comunque sconsiglio a chi non sia davvero esperto (anche di roccia) risalire pareti a strapiombo o cascate, affrontando grossi rischi anche perché gli stivali da pesca non sono la miglior calzatura per affrontare una specie di scalata. Molto meglio cercare un sentiero per aggirare l’ostacolo e se possibile, studiare in precedenza le mappe della zona. Gli ultimi consigli consistono nel dotarsi di una minima riserva di cibo energetico (cioccolata, panino) e almeno un litro d’acqua, magari in un termos, oltre a un buon antizanzare con funzioni anche antizecche. Fra l’altro è altamente raccomandabile controllare al ritorno all’auto di non avere contratto una zecca. Allo stesso modo vanno evitate con cura le zone infestate dalle processionarie, che possono anch’esse dare problemi.
Regolamentazione
In Emilia Romagna oltre alla licenza serve il tesserino segnacatture per le acque da trote che sono definite di categoria “D”. Si ricorda che pure nell’auspicabile caso in cui si proceda al rilascio immediato delle catture, il tesserino va comunque compilato PRIMA di iniziare a pescare. In Toscana a oggi non è previsto nulla di simile. In talune aree possono necessitare tesserini o permessi specifici (ad esempio tratti no-kill).
L’attrezzatura
L’attrezzatura in questi torrenti conta ma fino a un certo punto, maggior valore hanno la costanza, la forma fisica, la conoscenza dei luoghi e il giusto approccio all’ambiente. Il lancio più lungo di norma non supera i 10-15 metri, spesso addirittura si riduce a 5 o 6 e quindi qualsiasi canna adatta al nostro polso lunga 180 centimetri o anche meno risulta adeguata. Che sia mono o in due pezzi cambia poco, salvo che il secondo modello si stiva meglio nel bagagliaio dell’auto. La scelta del mulinello è personale, io utilizzo con soddisfazione un ottimo 2500 molto leggero, altri preferiscono attrezzi di taglia inferiore per contenere il peso totale. Considerando che la taglia delle trote catturate si aggira spesso intorno ai 15-20 centimetri, con pochi esemplari sui 30 o in casi eccezionali 35 centimetri, il nylon o fluorocarbon dallo 0.14 allo 0.20 in bobina non hanno controindicazioni. Nel caso si preferisca come me il trecciato è possibile scendere a un ottimo 5 o 10 libbre.
Io opto per questa scelta perché a fronte di una visibilità di certo maggiore, consente lanci lontani e precisi con minor sensibilità alle parrucche. Per quanto riguarda gli artificiali, ci avvarremo in primo luogo di rotanti da 1-2 a 10 grammi, riservando i maggiori all’affronto delle grandi buche in primavera. Ne consegue quindi di poterci dotare della classica canna da spinning ultraleggero, con cui potremo anche gestire piccoli minnow sotto i 5 centimetri.
Gli artificiali
Nell’ambito dei rotanti prediligo i Martin da 1 a 6 grammi, ricorrendo talora al 9 ma nulla osta a ricorrere ai corrispondenti con cavalierino sul tipo dei vari Veltic, Mepps Aglia o Vibrax. Per contrastare negative torsioni a carico di lenze tanto sottili e facilitare rapidi cambi di esca aggiungeremo una microscopica bigirella con moschettone. La preferenza verso i Martin dipende anche dalla possibilità di assemblarli in varianti personalizzate utili per due ordini di ragioni. In primo luogo, per quanto nelle stragrande maggioranza dei casi si riveli adeguata la classica colorazione argento, ritengo che talvolta un colore di pala diverso o mai visto in quel torrente possa fare la differenza, minore o maggiore a seconda dei giorni ma reale, mentre molto meno importanza assume il colore del corpo. Ad esempio in precedenti ripetuti periodi passati hanno avuto miglior successo palette nel complesso verdi, bianche, gialle o più di rado nere, tralasciando fregi o puntini di poco o nessun valore. Per esaltare questa caratteristica sono inoltre solito ricorrere per le mie creazioni a palette dello stesso colore su entrambe le superfici. In secondo luogo potremo riprendere un concetto ideato dal grande Eugenio Avico, il quale per far dominare le correnti ai suoi artificiali abbinava una pala piccola a un corpo maggiorato di peso. Dovremo però adattarlo alle nostre piccole acque dove spesso serve molto di più il contrario, pala grande per galleggiare meglio e peso minore del consueto. Si può così giungere al limite di usare pesi modestissimi (mezzo grammo) su pale piccole per poter battere basse correntine con presenza di alghe sul fondo. Per la mia esperienza gli ondulanti, troppo pesanti anche nei modelli “micro”, trovano scarso impiego in questi ambienti ristretti. Diverso è il discorso per i minnow fino a 5 cm, di solito galleggianti, meglio se montati su singolo micromoschettone o con un semplice nodo sul filo, così da concedere maggior libertà di movimento. Devono trattarsi di modelli piccoli e compatti per favorire la precisione nel lancio e di immediato movimento al primo accenno di recupero: inutile un minnow che si muova dopo due metri in una buca lunga un metro e mezzo. Inoltre vanno scelti abbastanza leggeri da non provocare un negativo tonfo quando cadono in acqua. Nelle buche importanti o nelle rare correnti profonde trovano infine spazio sia i jig in marabou o flashbou che la “gomma” sul tipo di microshad o vermettini da 2 o 3 pollici piombati o usati a drop shot. In ogni caso dobbiamo avere piena padronanza dell’esca impiegata così da sapere in anticipo a che distanza si possa lanciare, quale disturbo provochi all’ingresso in acqua, come si muova e cosa si debba percepire sulla canna in caso di funzionamento corretto. Conoscere gli artificiali, non esitare a cambiarli a seconda delle diverse posizioni affrontate anche in base alla dimensione stimata degli esemplari presenti e soprattutto credere nelle nostre possibilità rappresentano l’essenza ultima dello spinning in torrente. Ricordiamoci nel dubbio di iniziare di regola con esche meno “invasive” che ben presentate e recuperate possono funzionare anche sulle trote di taglia.
Come vestirci
Il classico suggerimento sempre valido è quello di non vestirci in modo chiassoso. Sui nostri torrenti bastano e avanzano i cosciali, un paio di pantaloni non vistosi e una camicia –meglio se a manica lunga- verde o marrone o grigia o mimetica. I cosciali hanno di norma la classica suola di gomma che si adatta a molte esigenze, ma volendo si potrebbero indossare cosciali o waders traspiranti e stivali da wading, magari a suole intercambiabili. Un limite in questo caso è però rappresentato dall’abbondanza di rami rotti e rovi sui nostri torrenti di fronte a cui la robustezza di un classico cosciale in gomma risulta imbattibile. Da non dimenticare un cappello, meglio a tesa larga, utile per ridurre l’impatto con rami e ragnatele e forse a modificare un pochino la nostra sagoma qualora ci si debba sporgere dai consigliabili ripari vegetali. Io preferisco dove possibile non girare con uno zainetto al seguito ma con un marsupio o un classico gilet con tante tasche in cui stipare un indumento antipioggia, una bottiglia d’acqua, gli artificiali (pochi) , il cellulare (se prende), una piccola radio ricetrasmittente, forbici, pinze, girelle e nel caso una macchina fotografica. Sono ancora utili una cartina escursionistica o un GPS, per capire sempre dove ci si trovi. Facoltativo l’uso di occhiali polarizzati per la costante alternanza di luoghi esposti ad altri ombreggiati, se pensate di usarli (anche a protezione degli occhi) meglio non siano dotati di lenti troppo scure.
L’approccio alle buche
Anche se abbigliati in maniera mimetica, qualora si provochino rumori specie sui sassi o si faccia cadere in acqua qualcosa o ancora ci si sposti stando dentro la buca, difficilmente prenderemo pesci. I nostri torrenti, essendo piccoli, vanno affrontati di rigore a risalire da valle a monte, visto che le trote stanno di solito col muso rivolto alla corrente per essere pronte a ghermire le proprie prede. Inoltre fra di esse sussiste una precisa gerarchia con la più grossa nel posto migliore (in genere sotto la schiuma dove cade acqua) e le piccole nei raschi a fine buca. Dunque meno ci facciamo vedere o “sentire”, specie battendo sulla roccia o sui sassi, meglio è. All’apparenza perciò potrebbe sembrare migliore provare a lanciare da lontano, ma… C’è sempre un “ma”: parliamo di pesci sospettosi per cui spesso il primo lancio è quello buono, se non l’unico buono. Quindi se non fossimo certi di poter eseguire un ottimo lancio, è meglio avvicinarsi con prudenza fino a raggiungere la giusta distanza, badando a scegliere la riva da cui si possa lanciare al meglio delle proprie capacità. Esistono, specie nell’affronto di buche grandi (o meglio lunghe), strategie diverse. E’ possibile ad esempio provare ad arrivare a mezza buca, catturare una trota media e solo dopo alcuni lanci esplorativi provare nella schiuma per cercare la “big” della buca, magari avvicinandosi oppure lanciare percorrendo prima una sponda e poi ritornare sui propri passi per sondare quella opposta. Io in genere dopo aver preso una trota provo ancora per due o tre lanci, magari ci scappa le seconda, o se fortunatissimi la terza, poi conviene spostarsi senza rimpianti. Esistono ancora posizioni particolari dove non ci sono scelte per via del muro di ramaglie che giunge a lambire l’acqua. In tal caso occorre arrivare il più possibile vicino per effettuare l’unica proiezione possibile: il lancio a balestra.
Considerazioni (personali) a carattere di tutela delle trote
Dopo anni di esperienze maturate lungo i torrenti, sono arrivato alla personale conclusione che l’artificiale meno dannoso per le trote intorno ai 20 centimetri sia quello dotato di ancorina dal numero 8 al 10 senza ardiglione. In effetti laddove è obbligatorio l’amo singolo senza ardiglione, pur con tutte le attenzioni ho avuto indici di mortalità più alti, imputabili a mio avviso a diversi fattori. Si tende in primo luogo a sostituire l’ancorina con un amo di maggiori dimensioni (ad esempio la consueta ancorina del numero 8 con amo singolo del 4). Esso risulta molto più lungo e tale da giungere con maggior facilità a trapassare l’occhio, se non addirittura il cranio, a causa della maggior forza di penetrazione. L’ancorina senza ardiglione (che andremo a montare singola su qualsiasi esca, fosse anche un minnow) non riesce ad arrivare all’occhio e anche di fronte al rischio di “cucire” la bocca della trota la slamatura riesce lo stesso veloce. In ogni caso la raccomandazione è quella di cercare di tutelare al meglio delle nostre capacità le popolazioni superstiti di “regine delle montagne”, così da difenderle e lasciare anche ai bambini di oggi la stessa possibilità di pescarle in futuro che è stata concessa a noi.
E per finire 10 consigli pratici
1) Se possibile iniziate a pescare trote in compagnia di un esperto, anche a costo di seguirlo senza canna: per imparare è meglio avere un maestro
2) Esercitatevi a effettuare ogni tipo di lancio prima in acque sgombre, magari andando a cavedani in fiumi senza vegetazione: occorre prendere confidenza con la propria attrezzatura
3) Gradualmente sviluppate (magari laddove sia possibile recuperare gli artificiali) la vostra capacità di arrivare sempre più vicino agli ostacoli: colpirli con violenza danneggia l’artificiale, se non addirittura –come nel caso dei cespugli- ne comporta la perdita
4) Iniziate in progressione lo spinning sui torrenti: prima con poche ore su torrenti facili, dotati di un chiaro sentiero. C’è tempo per fare 8-10 ore di camminata a 1600 metri. Occorre investire tempo per conoscere l’ambiente in cui si andrà a pescare
5) Portatevi appresso poche esche, a voi ben note e testate. A trote uno zainetto o un marsupio bastano, meglio lasciare spazio per un indumento antipioggia, un pullover, un cambio o l’acqua
6) Non pensate che il trecciato serva a recuperare esche: se l’ancorina incoccia bene un ramo si rompe anch’esso come col nylon.
7) Iniziate ricorrendo a canne abbastanza economiche: sui torrenti cadere e danneggiare la canna non è infrequente
8) Se vi piace fotografate la trota maneggiandola sempre a mani nude bagnate, senza sollevarla dal filo e comunque non toccatela mai a mani asciutte o peggio con uno straccio: si tratta di animali delicati che non vanno stretti. Slamatela con l’ausilio di una pinza e se gli ami o l’ancoretta sono senza ardiglione in un secondo tornerà libera priva di ferite serie
9) Man mano che affrontate torrenti difficili o impervi incrementate la sicurezza (per esempio ricorso a radio ricetrasmittente e pesca sempre in coppia)
10)                   Banale ma ovvio. Rispettate l’ambiente del torrente! Anche fuori dall’acqua.
 
 
Articolo di Mauro Maccagnani (sipadan)
 
 
 
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